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Andare in fabbrica?

Di solito non lo facciamo – intervenire pubblicamente in un botta e risposta che si è scatenato sul blog – ma questa volta ci scappa da parlare.
Francesca g. ha sollevato un piccolo putiferio tra gli utenti.
Francesca g. ha qualche idea.
Una è largamente da noi condivisa, in qualche modo è lo spirito che ci anima: dire no a condizioni contrattuali e retributive inaccettabili e fuori da ogni norma di legge. In pratica, rifiutare di farsi sfruttare. Se lo facessimo tutti, probabilmente saremmo tutti meno sfruttati.

Poi però Francesca passa dalla sollecitudine all’attacco, lanciando questa provocazione: "vi fa proprio così schifo andare in fabbrica? Avreste l’assunzione sicura, lo stipendio, le ferie, i permessi retribuiti e l’eventuale malattia sicuri... vi sembra poco? Oppure, anche voi siete di quelli che dicono: insomma ho studiato per fare l’operaio? Giammai! Allora è inutile continuare a lamentarsi"

Lasciando da parte i presunti diritti garantiti e acquisiti degli operai nonché il crescente numero degli operai precari, vorremmo dire la nostra su un paio di cose.

Uno Stato che consente a chiunque di studiare e di raggiungere il più alto livello di istruzione e al tempo stesso non garantisce l’idoneo inserimento professionale, uno Stato che sperpera risorse umane, capitale umano, impiegando professionalità e competenze nei posti sbagliati, ingegneri alla catena di montaggio, chimici nel mercato immobiliare, archeologhe alla cassa del supermercato, è uno Stato che ha fallito e che è destinato al sottosviluppo economico, etico e produttivo.

Il lamento, certamente inutile, di chi non vuole arrendersi alla prospettiva della fabbrica, è il lamento di chi deve a se stesso, ai propri sacrifici, alla propria famiglia e allo Stato stesso, rispetto.

E non c’è solo il rispetto ma anche il dovere di dare valore e profitto al proprio percorso formativo e professionale. Il dovere di non sprecare le opportunità che lo Stato ci ha dato consentendo a noi tutti di studiare e di aspirare al meglio per le nostre capacità e inclinazioni.

E poi c’è la responsabilità. Nei confronti di noi stessi, di chi ci ha messo al mondo e di chi ci ha dato una cittadinanza.

In quei lamenti ci sarà pure individualismo, egoismo ed ozio ma chi vuole può trovarvi l’ultimo scampolo di ragionevolezza, etica e senso dello Stato. Tre qualità, tre principi che lo Stato stesso sembra avere smarrito.

Andare in fabbrica e smettere di lamentarsi significherebbe diventare complici di un mercato del lavoro scellerato degno del più irresponsabile dei Paesi.

Il problema non sono soltanto i laureati e plurimasterizzati a spasso o nei call center.
Il problema, e lo scandalo, sta nei tanti ‘non qualificati’ e inqualificabili che ricoprono posti, posticini, pubblici incarichi e poltrone dirigenziali senza avere alcuna competenza e istruzione.
Il problema è un mercato del lavoro che si regge sul passaparola e la ‘immeritocrazia’.

Cara Francesca g., per curiosità, tu metteresti la biancheria a lavare nel frigorifero o i piatti nella lavatrice? Immagino di no, si distruggerebbe tutto.
Eppure questo è esattamente quello che sta accadendo in Italia agli italiani.

La domanda è: quando finirà sarà perché tutto è andato distrutto o perché qualcuno avrà fermato la distruzione?

Siamo ancora in tempo per finirla nel migliore dei modi.
Andare in fabbrica può essere una necessità, non la soluzione.

9 Commenti |  Il tuo commento
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#9 | Andare in fabbrica?

14 agosto 2007 09:07, di marcello

io sono andato in fabbrica.... ho studiato ... .. e vengo trattato come uno schiavo naturalmente sono sotto contratto interinale con promessa assunzione che ho già capito non avverrà mai!!!



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#8 | Andare in fabbrica? Veramente già ci andiamo !

4 maggio 2007 20:33, di Marco

Ciao a tutti.

Dunque mi pare che nè Francesca nè Vanessa, con tutto il rispetto, abbiano le idee chiare su cosa vogliano o non vogliano fare i precari italiani. I quali già vanno a lavorare in fabbrica e ci andrebbero ancora di più se non fosse per il grave problema che le fabbriche praticamente in Italia non esistono più a causa del decentramento produttivo all’estero e che gli operai più ambiti sono spesso extracomunitari: non sono sindacalizzati, non conoscono i loro diritti, si prestano al lavoro in nero. Inoltre i soldi guadagnati in Italia ( pochi) portati al paese di origine ( spesso del terzo mondo) decuplicano il loro valore. In secondo luogo c’è sulla questione del lavoro in fabbrica un grave errore di valutazione: si adduce come esempio la fabbrica come se lavorarvi fosse la cosa peggiore che possa capitare a un precario italiano. In realtà i precari italiani si sottopongono ad attività ben più umilianti e sottopagate: guardie giurate, uomini delle pulizie, portinai, facchini per cooperative di serie Z, etc. Ora, come ben sa la maggior parte dei precari, poichè il lavoro in fabbrica è da considerarsi una fortuna, è perfettamente etico accettare di lavorarvi seppure a salario decurtato come ha fatto Vanessa ma lo è altrettanto lottare perchè venga modificata la legislazione del lavoro e lo sarebbe ancora di più fare entrambe le cose. Quello che non è assolutamente etico invece è ammannire lezioni di moraletta spicciola ai precari italiani ( la maggior parte ) che svolgono le mansioni di cui sopra e che soffrono a causa di questo sistema economico iniquo e criminale. Infine in Italia la situazione è piu’ grave che altrove per il semplice fatto che, se è vero che il precariato ormai si è diffuso ovunque, tuttavia nel resto d’Europa esistono degli ammortizzatori sociali certamente più adeguati ed i prezzi non sono raddoppiati ( es. case ) o triplicati ( es. verdura ) come nel belpaese.

Un abbraccio a tutti.



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#7 | Scegli il tuo S.M. preferito

1 maggio 2007 11:38, di illavorofamale

Ecco il Link per cercare i supermercati aperti il 1° maggio divisi per provincia ,che probabilmente faranno uso di personale precario per rimanere aperti. ognuno boicotti il suo preferito , c’e’ l’imbarazzo della scelta

http://www.apertodomenica.com/ricer...



Vedi on line : http://www.apertodomenica.com/ricer...

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#6 | Cambio lavoro

30 aprile 2007 10:17, di Vanessa

Vorrei lanciare una freccia a favore di Francesca g. che la creato il putiferio nel forum, magari lo creerò anch’io ma non posso stare zitta! A 24 anni mi sono laureata in Ingegneria meccanica, unica donna a laurearsi a fronte di 52 maschietti: l’unica donna e 3 maschietti hanno preso 100 e lode (ai tempi si arrivava a 100 alla facoltà di Ingegneria); inizio a lavorare in un’azienda famosa, faccio la mia bella gavetta, ai tempi si pagava in base al tipo di studi effettuato, quindi, per pagarmi la bella cifretta che mi "elargiva" l’azienda famosa, dovevo fare decisamente più ore al giorno e pure il sabato; non mi lamentavo, ero single e volevo fare carriera. Dopo cinque anni di gavetta, mi viene offerto un bel posto in un’altra azienda, inizio pure a girare per lavoro e in Spagna conosco il mio futuro marito; decidiamo di sposarci e, ahi!, l’azienda presso cui lavoro e da cui fino al giorno prima ricevevo elogi a più non posso, inizia a tentennare e avere problemi con me...; mio marito abita e lavora sempre in Spagna per nostra scelta ben precisa; a 38 anni, dopo 4 di matrimonio, rimango incinta ma, durante la mia maternità, l’azienda va in crisi e inizia a proporre soldi ai dipendenti che decidono di licenziarsi...bene, finisco la maternità, acchiappo al volo tanti bei soldoni e me ne vado; a 40 anni con figlia piccola e marito in Spagna mi devo rifare una vita lavorativa; non mi perdo d’animo, non ho conoscenze di alcun tipo ad alcun livello e ho ben 40 anni! Un giorno leggo un annuncio di ricerca persona con le mie caratteristiche, rispondo e vengo convocata presso una società di "cacciatori di teste", sostengo tre selezioni e, alla fine, miracolo, mi viene proposta l’assunzione a un anno (tempo determinato) a uno stipendio inferiore, inferiore a quello che percepivo prima; tanti amici e parenti che lavorano come precari mi dicono se per caso non sono pazza a "svendermi": no, io accetto anche perchè mio marito, nel frattempo, è stato trasferito alla filiale italiana dell’azienda presso cui lavora e può aiutarmi con la bimba; dopo un anno di lavoro, mi viene rinnovato il contratto per un altro anno a uno stipendio un po’ più alto e, roba di pochi giorni fa, ho firmato in contratto a tempo indeterminato con questa azienda! Gli amici e parenti, sempre gli stessi call centeristi, precari, ecc... continuano a dirmi che sono pazza perchè ho accettato uno stipendio inferiore del 20% rispetto a prima e il lavoro non è proprio quello di prima! LA PAZZA E’ LA SOTTOSCRITTA??? PROPRIO DICURI CARI PRECARI??? Il lavoro che svolgo non sarà proprio gratificante e di responsabilità come quello precedente ma nella vita bisogna essere in grado di ricominciare sempre e di diventare più umili; l’ho imparato lavorando parecchio anche all’estero: non credete a chi dice che l’estero è tutto rose e fiori...



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#5 | Andare in fabbrica?

7 aprile 2007 15:37, di enrico47

Cara la mia Francesca, io e la mi ragazza siamo laureati in Scienze Biologiche con 110 e lode dal 2001. Io sono precario dal 2001 come co.co.co . prestazioni occasionali, contratto a tempo determinato da procedure concorsuali. Ho fatto l’operaio, ho fatto l’impiegato e sono rimasto disoccupato per 8 mesi. Attualmente sono con contratto a tempo determinato.Preso dalla disperazione ho anche pensato di partecipare al concorso per operaio di un piccolo comune (tuttofare, becchhino ecc). I miei genitori si sono opposti. La mia ragazza è specializzata i microbiologia con master in bioinformatica con pubblicazioni specifiche ed è assegnista presso l’Università. Io ho diverse pubblicazioni in campo scientifico. Conosciamo due lingue . Siamo stati educati alla ricerca, allo studio. Siamo come atleti preparati per le olimpiadi, ma non apparteniamo al ceto dei politici, degli industriali, dei giornalisti, dei dirigenti d’azienda. Questa è la realtà in Italia. Certo possiamo andare a zappare la terra o in fabbrica ma perché i figli di certe baronie giornalistiche, industriali, politiche, senza meriti, ottengono stabilità d’impiego? Cara Francesca, di certo i tuoi figli attuali o futuri saranno aiutati non già dal merito proprio ma di sicuro dall’appartenere a una delle categorie citate. E in Italia resteranno le tante Francesche e Francesco perché chi di noi riesce o emigra o diventa operaio becchino con tanto di laurea.



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#4 | Andare in fabbrica?

1 aprile 2007 13:06, di Armando

Cari amici, eccovi un commento da chi si occupa dei disoccupati in età matura (over40). La provocazione di Francesca evidenzia purtroppo elementi di una mentalità e di stereotipi che da troppo tempo si fanno circolare, in buona o cattiva fede, nella nostra società. Non voglio tediarvi con lunghe dissertazioni, mi affido quindi a qualche dato. Nella sola Provincia di Milano (considerata l’Eldorado d’Italia) le aziende che hanno dichiarato uno stato di crisi sono attualmente 190. Ognuna di esse ha richiesto interventi a sostegno (mobilità, cassa integrazione, prepensionamenti) che tradotti significano licenziamenti. La Fiat, mentre distribuisce utili agli azionisti, tratta con il Governo per ottenere la mobilità lunga di qualche migliaio di operai. Una operazione che significa fare pagare all’INPS l’accompagnamento alla pensione per lavoratori con 28 anni di contributi (vuol dire che l’Inps li manterrà per 7 anni a spese delle finanze pubbliche e dei versamenti dei lavoratori). Questi dati solo per fotografare una situazione concreta. Ma il discorso che nessuno fa e che ci fa prevedere un futuro ben più grave è quello dell’evoluzione del mondo del lavoro. L’Unione europea sta investendo milioni di euro per sviluppare sistemi di comunicazione automatica tra computer. L’obiettivo è far si che cittadini di diversi paesi possano operare nel contesto europeo (acquisti, vendite, contratti, rapporti di qualsiasi genere) senza la barriera della lingua. In altre parole sono i computer che si occuperanno di tutto a scapito di chi, essere umano, svolgeva oggi queste mansioni. Fate mente locale: in alcuni supermercati già oggi è possibile fare la spesa e pagare senza dover avere a che fare con una cassiera. E’ l’evoluzione di quanto avvenuto ai caselli autostradali, ai distributori di benzina, ecc. Come pensate che potranno essere impiegate le persone che perderanno il lavoro ? Aggiungiamo il fenomeno delle delocalizzazioni nei paesi del terzo mondo. Le nostre sono società che vivono anche la situazione di una saturazione di mercato (quando in una casa ci sono già tre TV non se ne compra un’altra) ed è quindi evidente che le imprese preferiscono spostare le produzioni in Cina dove oltre un miliardo di consumatori aspettano di poter comprare un TV. Apriamo le fabbrich in Cina offriamo loro la possibilità di lavorare, guadagnare e acquistare. E molte delle nostre imprese fanno questa scelta dopo avere depredato le finanze pubbliche facendo pagare allo Stato la dismissione dei lavoratori in Italia. Concludo: occorre ripensare il nostro sistema di sviluppo, occorre fare un salto di creatività e non ragionare per stereotipi triti e ritriti. E in questa logica i giovani sono la forza fondamentale che può portare un contributo di idee e di impegno. Occorre, a mio avviso, riuscire a farlo superando le sterili (anche se necessarie) kermesse di piazza quali il May-Day e dando vita a forme di organizzazione che in modo continuo e coerente sviluppino iniziative a livello politico e istituzionale. Noi "vecchietti" possiamo e dobbiamo dare un contributo ma il mutamento epocale che si rende necessario può solo arrivare dalle nuove generazioni. Grazie e buon lavoro Armando Rinaldi Associazione ATDAL-OVER40 www.atdal.it



Vedi on line : Le considerazioni di Francesca

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